aspetta
a volte con lei è come aspettare babbo natale quando ormai hai capito che non esiste.
i sogni son desideri. e allora secondo il mio ultimo sogno, desidero un’auto a forma di drago che sputa acqua. e voglio anche fare l’amore con lei, che non mi sogna mai.
Siamo lì che ci beviamo un paio di birre e mi dice che quelli che dicono che non sono quel tipo di persona in realtà sono quel tipo di persona. Gli rispondo che mica è vero, che là fuori quelli che dicono che non sono quel tipo di persona spesso sono sinceri. Balle dice lui, fa un mezzo sorriso e mi spiega che lui diceva così ed era convinto. Poi un giorno si è trovato con una, non una qualsiasi, ma la ragazza del suo migliore amico, ed erano brilli entrambi e cosa fai? Te la vuole dare e tu non ne approfitti? Davvero non ne approfitti? Mi chiede lui. Io non sono quel tipo di persona, mi dice, ma se una me la vuole dare e io sono brillo e sì che il suo ragazzo è il mio migliore amico alla fine non ci penso e ci scopo insieme. Voglio vedere te se non lo faresti, mi dice.
Ma io mica sono quel tipo di persona, gli dico. E lui mica ci crede. Sorride, finisce la birra e mi lascia lì che ormai si è fatto tardi.
Torno a casa e penso a questa cosa qui di dire che non sei un certo tipo di persona anche se poi in realtà lo sei. E mi viene in mente che in effetti a volte ti capita di essere quel tipo di persona, che se c’è una che ti piace, che sia la tua amica, la figlia vergine del lattaio, la tua cugina di secondo grado, l’amica dell’amica del tuo collega, la sorella del tuo compagno di banco, la supplente quella che insegna solo da un anno, l’infermiera delle vaccinazioni o quella che in chiesa si siede sempre al primo banco davanti all’altare, sia chiunque sia alla fine se te la vuole dare e intanto ti dice che non è quel tipo di persona ti sta spiegando che in realtà è quel tipo di persona.
E a ben pensarci, quella tutta casa e chiesa mi diceva sempre di non essere quel tipo di persona. Me l’ha detto mentre le sbottonavo la camicetta, me l’ha detto mentre mi abbassava i pantaloni e poi ha smesso di dirlo, ma forse non di pensarlo, perché avevamo altro da fare. E io non ci stavo mica con quella casa e chiesa, io stavo con la figlia della lattaia e sapevo di non essere quel tipo di persona e sapevo che la ragazza casa e chiesa non lo era. E quindi lo eravamo tutti e due, quel tipo di persona.
Il mio amico l’ho rincontrato qualche giorno dopo e gli ho detto che aveva ragione. Che non sono quel tipo di persona e che quindi lo sono. Lui ha sorriso. Lo siamo tutti, mi ha detto.
che poi, quando le donne il giorno dopo sono felici perché hanno scopato con qualcun altro e lo sai, beh che fastidio.
Caro H,
ti ringrazio per aver trovato la forza di scrivermi. Qui le giornate passano lente, anche se cerco di riempirle con il lavoro e con le lunghe passeggiate che odi tanto. Provo a non pensare a quanto è successo lì, ma non è sempre così facile. Tengo la mente impegnata, ma la strada verso di lei qualche mio pensiero la trova sempre.
Le notti, quelle sì, sono infinite. Me ne resto al buio e aspetto. Per ore aspetto qualcosa. Di dormire, credo, ma inizio a non esserne così sicuro. A volte il sonno arriva, regala qualche breve sogno inquieto quasi quanto la realtà, e poi scappa di corsa lasciandomi più stanco di prima.
Lo so bene, come mi scrivi, che due persone esistono anche prima di conoscersi e continuano a farlo anche dopo, quando sono lontane e divise. Esisto ancora, almeno ci provo, e il fatto che sia qui a scriverti, che sia qui a far scorrere la penna sul foglio in attesa che arrivi un’altra notte, lo dimostra. Me lo dimostra, penso.
E sì, come tutti gli animali, anche noi esseri senzienti siamo abitudinari e finiamo per accettare come normale ciò che fino a ieri non immaginavamo. Ricordi P, quello del negozio di giocattoli? In guerra ci andò volontario e se ne tornò con un occhio di vetro e un braccio in meno. Il sinistro, se non ricordo male. Glielo amputarono sopra il gomito, una granata glielo aveva spappolato e sul fronte per queste cose non ci vanno certo per il sottile. Sarebbe morto, altrimenti.
Ricordi? Tornò al negozio di giocattoli e per settimane raccontò a mio zio R, che lavorava con lui, quanto fosse terrorizzato all’idea di essere guardato male dai bambini. Con quel moncherino temeva di terrorizzarli, di non vederne entrare più nessuno nel suo negozio. Ma accadde l’esatto contrario: i ragazzini erano incuriositi da quell’uomo senza un braccio, la cosa era macabra, ma sembrava divertirli oltre che incuriosirli. E così alla fine P si abituò ad avere un braccio in meno, imparò a fare tutto con una mano sola e finì per non sentire più la mancanza.
Elaborò il lutto, in un certo senso. Siamo chiamati a farlo tutti in continuazione e non solo quando manca qualcuno di caro. Capita per un oggetto cui tenevamo molto andato perduto, per il ricordo di una bel viaggio che sappiamo di non poter più ripetere, per qualcuno che non ci vuole più. Ci abituiamo all’idea di quella mancanza e alla fine non fa più così male, diventa la normalità delle cose. Ora per me, che non ci sia lei, è ancora tutto tranne che normale e mi sento come P quando raccontava a mio zio R di aver paura di non farcela. E temo non arrivi presto un ragazzino sorridente a dimostrarmi il contrario.
Dai un bacio a M e F da parte mia.
ci sono giorni in cui vorrei essere già vecchio, così di quella volta in cui lei è tornata dopo essere stata a letto con un altro non me ne fregherebbe più nulla.
vorrei essere vecchio, un bel vecchio, di quelli saggi, sempre in ordine, con i capelli bianchi curati e la voce chiara anche se un poco impastata e del pensiero di lei che scopa con un altro non me ne fregherebbe più un cazzo.
e non lo direi nemmeno, cazzo, ché i vecchi saggi che ormai la vita l’hanno capita non lo dicono. non dicono parolacce, non ne hanno bisogno. scopare, cazzo, troia da vecchio sono parole che non ti servono più. lei resta ciò che è stata anche senza definirla e così quello che ha fatto. per questo ora vorrei essere vecchio.
vorrei essere vecchio per non pensare a lei. lei che ansima tra le braccia di quello. lei che rimane abbracciata tutta la notte a quello lì. e lei che il mattino dopo gli chiede: quando facciamo di nuovo l’amore? lei, proprio lei che sesso non lo usa. che quando scopa con un altro deve per forza dire fare l’amore e dio quanto vorrei essere vecchio.
ci sono giorni in cui vorrei essere vecchio per vederti laggiù, in fondo a un ricordo che non fa più male.
nocciola, cioccolato, cono piccolo. come i bambini, mi dice, e intanto dà un morso al suo cono fragola e crema. sorrido e la osservo. mi piace da far male, ma mica posso dirglielo, ché s’incazza. e lascerei sciogliersi il gelato. e regalerei il cono a una colonia di formiche.
passeggiamo al parco. come al solito parliamo di tutto per non parlare di noi. uno passa di corsa, ha la musica nelle orecchie e una fascia di spugna in fronte. chissà quanti giri ha già fatto, dice lei. gli starà esplodendo il cuore, penso io. sì, insomma, qualcosa in comune ce l’abbiamo. anche la stanchezza, forse.
il solito saluto goffo e poi vado via. e la lascio lì. lei, che già sa perché non ho finito il gelato e sa perché ho guardato così quel disperato di corsa. lo sa.